domenica 17 febbraio 2019

Uno sguardo approfondito agli ETF - parte III

Nota iniziale: terzo capitolo della serie sugli ETF, per chi fosse interessato ecco il primo e secondo capitolo.

Cosa possiamo dire ancora sugli ETF? In ordine sparso sono rimaste ancora alcune cose da dire per comprendere appieno questi strumenti e come operarci correttamente. In questo post esporrò alcune considerazioni sparse su di essi.

- Il concetto di NAV: questo era un argomento importante fino a quando non hanno cambiato il regime di tassazione, ma é importante saperlo. L'acronimo significa Net Asset Value ed é essenzialmente il valore di tutte le azioni a prezzi di mercato possedute da un ETF diviso il numero delle quote stesse.
Questo significa che il NAV rappresenta il valore reale di una quota, ma quando comprare/acquistate potete avere valori differenti da esso. Avrei dovuto parlarvene nel post precedente, quando ho disquisito di tracking error.

- La liquidità di un ETF: questo é una problematica comune a tutti gli strumenti di investimento, ma nel contesto degli ETF possiamo definirla come la possibilità di comprarli/venderli facilmente in ogni momento ed a un prezzo allineato il più possibile a quello dell'indice. Per fare un esempio estremo, avete acquistato le vostre quote di ETF in passato e volete rivenderle, andate sul vostro bel conto on line e non vedete alcuna proposta in acquisto e una in vendita. Ma voi volete venderlo a ogni costo, cosa fate? Tecnicamente inserite un ordine al meglio, che significa che dite alla vostra banca di venderlo a qualsiasi prezzo. Cosa succede poi? Che anche l'emittente dell'ETF ve lo compra al prezzo minimo consentito (se vi ricordate hanno un obbligo di tenere un differenziale minimo con il valore reale dell'indice), e poi rivende le azioni della quota sul mercato facendoci un piccolo guadagno. Sono cifre minime, ma un po' da fastidio... Per legge questo non può accadere, data che da regolamento un emittente deve presentare almeno un offerta in acquisto ed una in vendita. Ma anche in questo caso, come dire, potrebbe fare il bello e cattivo tempo e presentare offerte al limite...
Quindi sarebbe meglio se ci fossero molte offerte in vendita e acquisto, in maniera da avere in ogni momento il prezzo allineato il più possibile al valore reale o NAV. 
Considerando che ci sono molti emittenti di ETF che spesso offrono prodotti sugli stessi indici, un possibile criterio per selezionare quello giusto é anche tenere conto di questi aspetti, controllando se in media l'ETF ha un volume di compravendita maggiore rispetto ad altri. Come si fa? Esistono una marea di siti finanziari con questi dati, ma anche sul sito di Borsa Italiana potete farvi un'idea. Facendo ad esempio il caso del nostro ETF sul MIB presentato nel primo post di questa serie, dal sito di Borsa Italiana (qui il link), avete i dati di quanto viene scambiato (numero di contratti giornalieri/mensili e il loro controvalore)

- La fiscalità di un ETF: tra i vari costi che vi sono nell'operare negli ETF bisogna tenere in considerazione anche ovviamente le tasse da pagare. Quanto sono? La tassazione é stata semplificata a partire dal 2014 (prima bisognava tenere conto del NAV al momento della vendita/acquisto), ed in breve é del 26% sui possibili guadagni (comprate ad un prezzo minore di quello a cui rivendere e l'aliquota si applica al guadagno fatto) e sulle possibile cedole distribuite. Al riguardo di questo ultimo punto, ribadisco la mia preferenza per gli ETF ad accumulo, che non distribuiscono cedole ma le reinvestono aumentando il prezzo degli ETF, anche per motivi di semplificazione fiscale

- Rischio valuta: molti ETF in realtà sono in dollari americani. Generalmente gli ETF sulle borse europee sono in Euro, ma molti si riferiscono a mercati extra UE (quelli USA tipo Nasdaq o Dow Jones, o anche il Nikkei giapponese o il BOVESPA brasiliano) e anche se quando li comprate versate Euro, il loro valore é in dollari americani (controllate la cosiddetta valuta di denominazione), vi esponete quindi anche al rischio cambio. Il deprezzamento/apprezzamento influirà sul valore dell'ETF. Esistono ETF che coprono da questo rischio, i cosiddetti ETF Hedged, che garantiscono che il prezzo rimane costante rispetto al valore dell'indice, ma al prezzo di maggiori commissioni di gestione (ma in genere non particolarmente maggiori).

Direi che con questo abbiamo finito la  nostra descrizione degli ETF. In questa serie mi proponevo di descrivervi gli aspetti salienti di questi strumenti finanziari e darvi alcuni criteri di scelta. Rimane adesso una domanda da un milione di dollari, come, quando e perché utilizzarli in una strategia di costruzione di una rendita, ma di questo parlerò in futuro.

Vi lascio per adesso con alcuni link informativi che potete trovare anche semplicemente googlando, e che invero ho utilizzato io stesso nella preparazione di questi post:


giovedì 7 febbraio 2019

Uno sguardo approfondito agli ETF - parte II

Continuiamo la nostra trattazione degli ETF ( la prima parte di questa serie la trovate qui ).

Come funziona realmente un ETF? E come é possibile sottoscriverlo/acquistarlo? Come forse avrete capito, gli ETF sono come dei titoli liberamente acquistabili sui mercati finanziari, come un azione qualsiasi, ed in particolare sono disponibili per un investitore italiano sulla borsa di Milano (tecnicamente il mercato ETFPlus, qui la sezione sul loro sito). Visto quello che abbiamo detto finora, a qualcuno può essere venuto il seguente dubbio: noi stiamo comprando un paniere di titoli, che si suppone abbia un valore definito, quindi mi aspetterei che un ETF abbia un valore fisso nel tempo, che replichi esattamente il valore di questo indice. Come é quindi possibile che sia negoziato online (significa che il prezzo é fluttuante in maniera quasi istantanea)?

Proviamo a spiegare il tutto partendo dalle basi e con un esempio molto semplificato. Supponiamo di avere un indice composto solo da due titoli, A e B. Sulla borsa trovate un ETF su questo indice, chiamiamolo X, emesso da un'azienda finanziaria fittizia chiamata ETFY. Cosa fa in realtà ETFY? Raccoglie soldi sul mercato per comprare i titoli che compongono l'indice X e creare una quota del proprio ETF. Supponiamo che una quota di questo ETF contenga esattamente le due azioni di cui sopra, che in un determinato istante valgono una 20 e l'altra 10 euro, il valore della quota dovrebbe essere quindi di 30 euro. Supponiate che volete comprare questo ETF, cosa succede in realtà? Andate sul vostro bravo conto on line, vedete un'offerta di vendita di che so, 1000 pezzi a 30 euro da ETFY, ne comprate 10 titoli (o quote, in questo contesto possiamo considerarli sinonimi) sul mercato. Usando un primo semplicissimo modello, ETFY si prende  300 euro da voi, compra 10 azioni di A, 10 azioni di B e le deposita presso la propria banca fiduciaria. Complimenti, avete acquistato la vostra prima quota di ETF! Sul vostro conto titoli risulterete possessori di X, che é come avere le corrispettive azioni A e B in un qualche conto della banca fiduciaria di ETFY.
Ma come forse saprete, le azioni sono negoziate in tempo continuo, e il loro valore fluttua costantemente, per adesso supponiamo che dopo un anno vi siete stufati, volete vendere la vostra bella quota dell'ETF X. Dopo un anno fortunatamente A vale 22 e B 15, andate sul vostro bellissimo conto on-line e notate che la quota adesso vale 370 euro. Cosa fa ETFY? Per adesso diciamo che é come se prelevasse le azioni dalla vostra quota dalla banca fiduciaria, le rivendesse per voi e indietro vi da 370 euro. Semplice, no!
Peccato che nei fatti questo é molto irrealistico, per tutta una serie di motivi che potremmo riassumere in:

- le azioni sottostanti ad un indice sono negoziate in tempo reale continuamente e il loro valore varia continuamente, un emittente di ETF molto difficilmente riuscirà a comprare/replicare in maniera perfetta il prezzo.
- quando comprate un azione sul mercato, significa che non siete l'unico venditore/compratore di un titolo (eccetto l'emittente dell'ETF stesso), ci saranno molti altri come voi che acquisteranno e/o compreranno immettendo ordini al proprio prezzo (c'é ad esempio chi metterà un prezzo leggermente inferiore al vostro e viceversa).
- a volere essere maliziosi o complottisti: chi mi garantisce che ETFY realmente replichi l'indice? Gli emittenti di ETF possono (e nei fatti pare anche lo facciano) sfruttare molte discrepanze. Tornando al nostro esempio, supponiamo che al momento del nostro acquisto trovate una quota in vendita a 30 euro, mentre le azioni sottostanti valgono 29,8. Una emittente comprando le suddette azioni realizzerebbe un piccolo guadagno di 0,2 comprandole sul mercato e rivendendole a voi sotto forma di una quota di un ETF, senza che voi neanche ve ne accorgiate. O anche, nel caso della vendita a 37, nel caso il valore del sottostante azionario sia 37,2, vendendo le azioni della quota l'emittente realizzerebbe un piccolo guadagno di 0,2 euro. Questo é il cosiddetto effetto arbitraggio. Come si viene garantiti in sostanza?

Tutto questo per introdurre il cosiddetto tracking error: come forse avrete capito é praticamente impossibile avere una replica perfetta dell'indice sottostante, in quanto in genere gli indici sono molto più complessi e variegati dello stupido esempio che vi ho appena fatto, quindi é inevitabile che una discrepanza tra indice e quota vi sia.
La risposta é che gli emittenti sono tenuti per legge a garantire un certo spread (differenza) tra il prezzo a cui vendono le quote e le acquistano, con il valore dell'indice (i vari mercati azionari sono rigidamente regolamentati da leggi). Inoltre il fatto che molti altri attori operino sul mercato in acquisto/vendita garantisce una certa liquidità che fa allineare i prezzi (ad esempio molti altri soggetti/società finanziarie provano a fare arbitraggi sugli stessi ETF, paradossalmente restringendo la forchetta dei prezzi tra valore indice e valore ETF (i guadagni di 0,2 euro per azione possono essere considerati ridicoli, ma se considerate i veri volumi di acquisto/vendita che circolano iniziano ad essere interessanti). Ma in ogni caso, come avrete capito, un certa differenza tra valore di un ETF e dell'indice sottostante é inevitabile.

Il problema del tracking error ci permette di introdurre un'altra classe di ETF, i cosiddetti swap based ETF. Cosa sono? Tornando all'esempio precedente e in tutti quelli fatti finora, abbiamo sempre detto e assunto, che un emittente di un ETF detiene le azioni di un indice presso la banca fiduciaria, ed é come se, detenendo una quota di un ETF, si sia detentori delle azioni stesse. Questo ha anche un altro interessante vantaggio: nel caso l'emittente fallisca, si é tutelati dal fatto che le azioni sono depositate presso un'altra banca e quindi non toccate dal fallimento.
Gli ETF swap based sono invece una particolare classe di ETF che non replica l'indice comprando direttamente i titoli sottostanti, ma comprando degli strumenti finanziari chiamati total-return swap. In ambito finanziario, un total-return swap può significare molte cose (si veda la pagina su wikipedia ), ma nel contesto di un ETF ve la posso spiegare in questo modo: la società che emette ETFY trova un'altra azienda finanziaria (una banca ad esempio), che é disposta a corrispondergli, dietro pagamento, il valore dell'indice. In versione molto sofisticate, questo contratto può anche essere molto più complesso di come ve lo ho presentato (scusatemi ma certe sottigliezze dell'ingegneria finanziaria non arrivo a capirle), ma il succo é: se comprate un ETF swap based non sarete in alcun modo detentori di alcun titolo, ma che i soldi che avete versato all'emittente all'acquisto sono depositati in contante in qualche banca e replicheranno nel tempo quello di un indice.
Come questo avvantaggia un investitore? La questione é molto dibattuta, ma essenzialmente questa tipologia di ETF promette un tracking error più basso, e quindi in genere costi ridotti. Inoltre in molti paesi, rispetto a un ETF normale ci sono dei vantaggi fiscali (ma non per il caso italiano).
Ma uno svantaggio di questo ETF é che ha un rischio emittente più alto, in caso di fallimento della cosiddetta controparte (nel nostro esempio la banca che offre il contratto di swap), tutti i soldi dell'investitore saranno persi. Non ho statistiche a portata di mano sull'incidenza di questi fallimenti, storicamente non ne ricordo uno, ma é comunque un elemento di incertezza che non fa propendere verso questa classe di strumenti.
In definitiva ha senso preferire uno swap based ETF rispetto ad uno normale? Non proprio, ma giusto se ne trovate uno equivalente con commissioni più basse e liquidità maggiore.


domenica 27 gennaio 2019

Uno sguardo approfondito agli ETF - parte I

Abbiamo introdotto nel post precedente gli ETF e abbiamo visto che sono lo strumento ideale per investire su di un indice, in maniera da replicare la performance media di esso. In questo post mi prometto di descriverli in maniera più approfondita.

Dato che, come dicevano gli antichi romani, repetita iuvant, riproponiamo una prima sintetica definizione di ETF. Gli ETF sono dei fondi di investimento a gestione passiva, dove il gestore si limita semplicemente a comprare i titoli che fanno parte di un indice rappresentativo di un mercato azionario. Gli ETF sono emessi e gestiti da società finanziarie e quotate in borsa. Per partire da un esempio, supponiamo che si voglia investire sul mercato azionario italiano e  decidiamo di provare a farlo puntando sull'indice FTSE MIB, l'indice delle 40 maggiori aziende per capitalizzazione e/o grandezza. Quale strumento ci permette di farlo? Esistono vari ETF che replicano questo indice, per darne un esempio, consideriamo questo quotato sulla borsa di Milano, dal roboante nome di Ishares Ftse Mib Ucits Etf Eur Acc. iShares (vi diventerà molto familiare questo nome) é il nome di una serie di ETF creati e gestiti da BlackRock, un'azienda finanziaria americana leader nel settore. Se andiamo sul loro sito, possiamo trovare informazioni dettagliate sull'ETF in questione (qui).
Una prima sezione sulla quale vale la pena soffermarci é quella denominata Partecipazioni : qui l'emittente semplicemente da una lista della composizione in percentuale del fondo (possiamo trovare informazioni sull'indice FTSE MIB da Yahoo Finanza qui). Alla data di stesura di questo post, si evince che questo ETF é investito maggiormente su ENEL, ENI e Intesa San Paolo (riporto qua lo screenshot preso direttamente dal loro sito):























Dalla scheda del prodotto, si ricavano altre interessanti proprietà, quella che ci interessa maggiormente al momento é quella chiamata Total Expense Ratio, che é dichiarato di essere dello 0,33%. Cosa é in pratica? Rappresenta i costi di gestione annuali che dovrete pagare per detenere la quota di questo ETF. Quali costi di gestione ha un emittente di ETF? Per gestire un simile strumento bisogna avare comunque una infrastruttura ( persone, IT etc.) che controlla l'indice, compra le azioni che lo compongono sui mercati. Inoltre le azioni fisiche che si comprano vengono depositate presso una banca fiduciaria.
Come vengono pagati da un sottoscrittore questi costi? Essenzialmente i gestori si rifanno dei costi di un ETF deducendo una quota giornaliera dal valore della quota. Quando poi un sottoscrittore vende la propria quota, quello che realizzerà sarà diminuito delle commissioni. Supponiamo ad esempio che si é comprato una quota di un ETF dal valore di 100 euro. La si detiene per un anno, durante il quale il sottostante della quota (in sintesi, il valore sul mercato di tutte le azioni che compongono la quota) vale sempre 100 (evento altamente improbabile, ma perdonatemi questa semplificazione). Ci si aspetterebbe di ricevere 100 indietro, ma invece si  ha sul proprio conto 99,67, questo perché il gestore ha direttamente prelevato dal patrimonio dell'ETF le proprie commissioni di gestione. Nella realtà il valore del paniere di titoli varierà ovviamente di giorno in giorno, ed il gestore tratterrà per coprire le proprie spese una quota giornaliera rapportata annualmente al TER , il tutto verrà riflesso nel prezzo dell'ETF. Un normale investitore, non dovrà però pagare commissioni nel mentre che possiede un ETF, ma é come se le pagasse al momento della vendita.
Sullo spinoso argomento dei costi, é importante specificare sin da ora che ce ne saranno altri (commissioni di compravendita, tasse, tracking error) che non sono inclusi nel TER e di cui tratterò nei prossimi post.

Un'altra interessante caratteristica di questo ETF, é che é ad accumulo, nel caso aveste notato che il nome finisce con un interessante segno (Acc). Cosa significa? Un'azione generalmente paga un dividendo, cioè una cedola annuale, che rappresenta una parte dell'utile (nel caso ve ne sia uno...) che la società decide di distribuire agli azionisti. Detenendo un ETF delle azioni, questo significa che un possessore di una quota dovrebbe anche riceverli. Qui dobbiamo quindi introdurre un'altra possibile classificazione delle tipologie di ETF: quelli ad accumulo e quelli a distribuzione. L'ETF di cui parliamo in questo post, tecnicamente é un ETF ad accumulo, che significa che non distribuisce i dividendi delle azioni sulle quali investe, ma che le reinveste. E in cosa le reinveste? Con i dividendi che riceve, compra altre azioni dell'indice stesso. Per un investitore, questo significa che la propria quota conterrà altre azioni e quindi in un certo senso aumenta di valore (ma può anche diminuire, ricordatevi che le azioni su cui investe possono aumentare o diminuire di valore, nel frattempo!). E nel caso uno sia interessato a ricevere i dividendi? Esistono anche ETF a distribuzione, il che significa che il detentore di una quota riceve i dividendi sul proprio conto. Sempre iShares ha ad esempio un ETF che fa questo lavoro sul MIB, speculare a quello di cui vi ho finora parlato, dal nome di iShares FTSE MIB UCITS ETF EUR (Dist) (notate il Dist alla fine), di cui trovate la scheda qui.   Se leggete attentamente la scheda, si noterà che ha una frequenza di distribuzione semestrale, il che significa che un investitore si dovrebbe aspettare ogni sei mesi delle cedole sul proprio conto. Se andate alla sezione Proventi della pagina in questione (sulla colonna sinistra) e cliccate Distribuzione, potete vedere lo storico delle cedole corrisposte a i sottoscrittore di questo ETF.
É meglio un ETF a distribuzione o ad accumulazione? Se volete avere un flusso di rendimenti annuo meglio sicuramente un ETF del primo tipo, però io personalmente preferisco gli ETF ad accumulazione. Il motivo? Le cedole che riceverete non saranno, in percentuale sulla cifra investita questo granché, e comunque saranno tassate. Nel caso degli ETF ad accumulo, le cedole saranno reinvestite in altre quote che aumenteranno il patrimonio investito nell'ETF e quindi, in caso di gain si avranno guadagni maggiori che si avranno in caso di liquidazione dell'investimento.

domenica 20 gennaio 2019

La rivoluzione dell'index investing

Abbiamo parlato nell'ultimo post del risparmi gestito e dei fondi di investimento e ci eravamo fermati al seguente dilemma: come fare a capire quali sono i gestori e/o fondi giusti, che possono garantirci un buon rendimento, tale magari da giustificare le commissioni che dovremmo pagargli? Intorno a questo quesito l'industria e la stampa finanziaria si é scervellata per molto tempo, fino a quando una nuova classe di fondi di investimento, detta fondi passivi o tracker e una nuova filosofia di investimento, index investing, ha iniziato a diffondersi a partire da all'incirca dalla seconda parte degli anni '90.

Per spiegarla dobbiamo iniziare dal concetto di indice azionario. In ogni borsa sono quotate una miriade di aziende, come fare a dare un'idea del valore complessivo o dell'andamento di un determinato mercato azionario? Ci si riferisce genericamente a un indice, tipicamente in insieme delle azioni più rappresentative del mercato stesso. Il valore di un indice é la media dei prezzi di un insieme di azioni, questa media é tipicamente di due tipi: o una media pesata in base alla capitalizzazione (la capitalizzazione totale di un'azienda é il valore totale di essa sul mercato, quindi in questo caso significa che le aziende con capitalizzazione più alta hanno un peso maggiore nell'indice) o anche una semplice media pesata dei prezzi delle azioni.
Ad esempio per la borsa di Milano ci si riferisce all'indice MIB (precisamente FTSE MIB), che é l'insieme delle 40 aziende italiane con maggiore capitalizzazione ( da Yahoo Finanza possiamo vederne la lista). Sempre sulla borsa milanese esistono vari indici per tracciare le altre tipologie di aziende quotate, ad esempio il FTSE Mid Italia é essenzialmente l'indice delle aziende di medie dimensioni, e il FTSE Italia Small Cap quello delle piccole aziende.
Nel ricco mercato statunitense esistono anche vari indici, il più celebre é il Dow Jones, un indice delle 30 compagnie più importanti, ma parimenti importante é lo S&P 500 e per i titoli tecnologici il NASDAQ (il NASDAQ in realtà é il mercato azionario dedicato ai titoli tecnologici). Gli indici venivano utilizzati anche come benchmark o punto di riferimento per valutare la bontà di un fondo di investimento: se il suo rendimento é superiore in un dato periodo alla performance di un indice  di riferimento, possiamo dire che il gestore ha fatto bene il suo lavoro. In caso contrario (come spesso accadeva), avremmo anche potuto affermare che si sarebbe potuto anche costruirsi un portafoglio titoli semplicemente scegliendo a caso delle azioni.

A partire dagli anni '90 furono creati degli strumenti di investimento che replicavano fedelmente l'andamento di un indice: gli Exchange Traded Fund detti anche ETF (o anche trackers). Cosa sono veramente? Possiamo considerarli, per adesso semplicemente come dei fondi di investimento che invece di avere un gruppo di analisti/strateghi che scelgono delle azioni su di un determinato mercato si limitano a replicare l'andamento di un indice comprando le azioni che lo compongono. Riferendoci al caso dell'indice MIB, un ETF su di esso idealmente compra le azioni di tutte e 30 le aziende che lo compongono, ognuna in proporzione al peso che ha nel paniere. Quindi comprando una quota di un ETF, si riuscirà ad avere quote di azioni che compongono l'indice, replicandone quindi abbastanza fedelmente l'andamento.
Quali implicazioni ha questo per un investitore normale? Ricordiamoci che siamo sempre nell'ottica di un confronto con un normale fondo di investimento, rispetto ad essi un ETF ha spese più basse. Un'azienda che gestisce un ETF risparmia notevolmente sui costi di gestione, non deve pagare uno stuolo di analisti o gestori visto che si limita a comprare/vendere azioni da una lista già predefinita.
Per prima cosa un ETF non ha costi di entrata o di uscita, ma costi di gestione che in Italia possono variare tra il 0,2% e il 1% (per un fondo attivo sono in media del 2%). Questi costi sono dedotti dalla quota del fondo, e non sono pagati dal sottoscrittore (semplicemente, il valore del fondo nel corso del tempo diminuisce e quindi saranno pagato al momento della liquidazione della propria quota). In questa maniera ci si riesce a garantire un rendimento pari almeno a quello del mercato di riferimento e allo stesso tempo si garantisce una diversificazione ragguardevole.
Gli ETF sono quotati sui mercato come un azione qualsiasi, e questo significa che possono essere acquistati/venduti in ogni momento, a differenza di un fondo di investimento che é invece in genere liquidabile solo direttamente presso la  banca e/o intermediario che lo ha piazzato.
É da precisare che gli ETF sono utilizzati anche per altre classi di investimento: esistono ETF che investono in obbligazioni o materie prime, ma in questo post e nei restanti ci riferiremo maggiormente agli ETF azionari.


domenica 13 gennaio 2019

Azioni, maledette azioni parte IV (il risparmio gestito)

Continuiamo a parlare di come gestire il proprio investimento nell'azionario.  Siamo giunti alla conclusione che invero le azioni hanno un lore ben preciso potenziale e permettono in genere rendimenti e ritorni in genere più alti rispetto alle ben  più sicure obbligazioni. Ma eravamo giunti anche alla conclusione che scegliere quelle vincenti non è impossibile ma molto difficile e che bisognerebbe anche avere una decente diversificazione su vari titoli. Come uscirne da questo problema?

Una soluzione che la gente ha adottato per molto tempo è affidare i propri soldi ad altri, il cosiddetto  risparmio gestito. In pratica, sottoscrivere dei fondi di investimento. Cosa sono? In pratica un fondo di investimento può essere descritto come un insieme di persone che mette insieme dei soldi per investirli assieme, affidandoli ad una persona esperta che riesca a farli fruttare, si spera, decentemente. Esistono una varietà di tipologie di questi fondi (obbligazioni, immobiliari) ma, visto che stiamo parlando di azioni, ci concentreremo su quelli azionari.
I fondi azionari sono in genere offerti da società specializzate che vendono quote di queste tipologie di investimenti investendoli per conto del sottoscrittore in azioni. Essenzialmente vendono un servizio di consulenza di investimento, il presupposto è quello che sono gestiti da un gruppo di esperti (analisti, investitori, etc.) che sono in gradi di individuare i titoli giusti e garantire quindi un rendimento di rispetto, anche se non danno alcuna garanzia di avere guadagni, come quando si investe nelle azioni. All'interno dei fondi azionari una distinzione che si fa é quella settoriale. Esistono fondi che investono solo sul mercato americano o tedesco o giapponese. O fondi che si concentrano su aziende di determinati settori (tecnologico, minerario, farmaceutico).
Ovviamente non lo fanno gratuitamente, ma si fanno pagare della commissioni, che possono rientrare nelle seguenti categorie:

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- Commissioni di ingresso/uscita: ogni volta che si compra una quota di questi fondi, una percentuale della quota viene incassata dal gestore e il resto investito. Ad esempio se si compra una quota di tipo 1000 euro, e le commissioni di ingresso sono il 2%, il gestore incassa 20 euro e i restanti 998 sono investiti.
- Commissioni di gestione: ogni anno, dalla quota investita (inclusi eventuali guadagni) viene prelevata una parte per pagare i gestori. Ad esempio se si sono investiti 1000 euro e le commissioni di gestione sono l'1%, questo significa che il gestore si prenderà 10 euro l'anno. La commissione di gestione media in genere varia dall'1% al 4% (un valore medio è quello del 2%).

Tipicamente questi costi non devono essere pagati subito, ma sono dedotti direttamente dalle quote. Questo significa che quando si liquida il proprio investimento in un fondo, si riceveranno indietro i propri soldi dopo che un gestore si è preso tutte le sue commissioni, in pratica una volta comprato un fondo non bisogna pagare costi aggiuntivi ma saranno dedotti automaticamente dalla quota.

Ma le commissioni che si pagano, valgono veramente il servizio offerto? O per dirla in altro modo, i fondi sono il migliore investimento possibile nell'azionario? É la classica domanda da un milione di dollari, su cui molto si é dibattuto. Come prima cosa, bisogna anche precisare come il quantificare se un rendimento offerto da un fondo é veramente buono o no, come paragonarlo ad altri? Di sicuro, si spera che renda di più rispetto a un'obbligazione, in quanto più rischiosa. Ma anche se fosse, come si fa a distinguere tra i vari fondi offerti e a scegliere il migliore?
Per farla breve, per giudicare il rendimento di un fondo, bisognerebbe rapportarlo a qualche benchmark che é di solito la performance media dell'indice azionario di riferimento nel determinato periodo. Cosa é un indice di riferimento? Per farla breve, é una selezione di azioni di un determinato mercato (USA, Germania o Italia) che é considerato rappresentativo di esso. Ad esempio il cosiddetto indice MIB che sentite spesso citato al telegiornale (formalmente adesso indice FTSE MIB) é un paniere di titoli che comprende le azioni delle 40 più importanti società italiane per capitalizzazione (valore totale). Un indice quindi, ci da un'indicazione dell'andamento generale di una borsa o anche di un settore (esistono anche indici settoriali). Se vogliamo giudicare un rendimento di un fondo azionario in un determinato anno, ci conviene rapportalo all'indici di riferimento (il mercato su cui investe): se é più alto di esso, possiamo dire che il gestore ci ha saputo fare, altrimenti non é che sia stato questo fenomeno...
Per tornare alla nostra domanda originaria (i fondi di investimento sono vantaggiosi per un investitore medio): no, anche i gestori di fondi di investimento non sono questi fenomeni e non vi crediate di ottenere da loro ritorni mirabolanti. La prova di questo: anni e anni di studi statistici sui rendimenti ottenuti e le conclusioni sono che raramente anche i pro riescono a ottenere grandi risultati, e se li ottengono sono per lo più casuali (se googlate in inglese, troverete vari articoli che ne parlano, tipo questo o questo)

giovedì 6 dicembre 2018

Azioni, maledette azioni parte III (il problema dello stock picking)

Finora abbiamo introdotto le azioni in generale, spiegando cosa é alla base del loro valore (analisi fondamentale) e cosa ne può giustificarne un aumento delle quotazioni ( e di converso un loro calo).
Si tratta essenzialmente di individuare quelle società che avranno una crescita sostenuta, idealmente una startup di belle speranze che diventi un colosso mondiale, nel caso in cui si voglia sperare in ritorni stratosferici. O, detta in altra maniera, di scegliere il cavallo vincente, essere bravi nel cosiddetto stock picking (scegliere le azioni). Me é davvero possibile?

Si, teoricamente é possibile, bisognerebbe studiare attentamente di ogni azienda il mercato in cui operano, i loro bilanci, le loro strategie e prospettive di crescita. Ma al giorno d'oggi trovo tutto ciò é tremendamente complicato.
Paradossalmente per via del fatto che oramai gli attori che operano (banche, investitori, fondi) sono oramai talmente tanti e, come dire, "sgamati" che la nuova next big thing sarà già stata scovata e correttamente prezzata. Paradossalmente é come se quanto professa l'analisi tecnica sia vero e valido.
E anche gli esperti, non vi crediate, sbagliano. Anni e anni di studi che ne hanno analizzato i rendimenti hanno dimostrato che quelli da loro ottenuti sono totalmente casuali e difficilmente battono il mercato ( approfondirò e scriverò di questo nei prossimi post, perché é un punto cruciale).
Per individuare le azioni buone, ci vuole fiuto, e conoscere bene il settore in cui operano, ma molto
bene.  Un esempio di questo é il settore farmaceutico, il mitico biotech, uno di quelli che in genere riescono a garantire ritorni maggiori rispetto ad altri. Sapete quale ne é il segreto e come funziona?
Il tutto in pratica si basa sul fatto che molti ricercatori scoprono e sintetizzano nuove molecole che in teoria potrebbero essere la cura a varie malattie. Molti fondano aziende e raccolgono capitali, come una startup qualsiasi, nella speranza che dalle loro ricerche esca fuori un farmaco che passi i trial clinici e diventi un prodotto di successo. Questo fa si che queste aziende, diventino prede delle grosse multinazionali, in disperata ricerca di best-seller di successo, e disposte ad acquisire a peso d'oro. In pratica, per trovare i cavalli vincenti in questo settore, bisogna essere del campo, se non alla frontiera della ricerca chimica/farmacologica, in maniera di riuscire a capire quali aziende posso farcela per davvero.

Un altro argomento da considerare é anche quello del rischio associato a puntare tutto su una singola azienda. Nell'azionario gli alti e bassi sono più ampi rispetto all'obbligazionario, e puntare tutte le fiche su di un numero porta a volte ad amare sorprese. Per questo tutti gli esperti consigliano di diversificare su differenti titoli, e questo complica ancora la questione (il trovare più titoli complica ancora il già arduo compito dello stock picking).

Esiste una maniera per uscire da questi inconvenienti? Per farla breve, si, ed é investire nei fondi azionari e/o negli indici, ma questo é un argomento da sviscerare in prossimi post.

venerdì 30 novembre 2018

Azioni, maledette azioni - parte II ( analisi fondamentale contro analisi tecnica)

Nel precedente post ho iniziato a parlarvi del mercato azionario ed ho introdotto l'analisi fondamentale. Essa é una della scuole di pensiero fondamentali nella valutazione delle azioni. Ricapitolando, l'analisi fondamentale mette l'attenzione sui fondamentali finanziari di un'azienda: tramite tutto un attento studio dei bilanci e delle strategie, si proverá a capire quali societá potranno avere un potenziale tale da avere una crescita degli utili sostenuta, che a sua volta sosterrá un aumento delle quotazioni.

Esiste peró una scuola diametralmente opposta rispetto a quella dell'analisi fondamentale, quella dell'analisi tecnica. Essa parte dal presupposto che in genere il prezzo di un'azione (ma di un asset finanziario in generale) "sconti" giá tutto, cioé che rifletta le aspettative e le informazioni (anche nascoste) generali sull'andamento di un'azienda. Quindi essenzialmente ci sará sempre qualcuno che riuscirá a capire i dati e l'andamento "fondamentali" di un titolo azionario, e di conseguenza il suo prezzo si muoverá molto prima che si sappia il perché. Da tutta una serie di studi statistici e storici sui prezzi degli asset finanziari e ne hanno trovato dei pattern/degli indicatori che sembrano ripetersi. In conclusione, guardando al grafico di un'azione e a tutta una serie di indicatori tecnico/statistici, si potrá capire quale é l'andamento del prezzo e se/quando acquistare e/o vendere.

Per dare un esempio, si veda il grafico sotto, che rappresenta l'andamento dell'indice azionario S&P 500 dallla seconda metá del 2016 fino ad oggi (novembre 2018). Si puó notare che il prezzo é come se si muovesse tra le due rette parallele da me rozzamente disegnate in rosso, siamo quindi, secondo l'analisi tecnica, in presenza di un trend ascendente o trend bull, e le due rette in questione sono la resistenza (quella di sopra) e il supporto.





Ma come capire quando finirá? Uno degli indicatori utilizzati sono le cosiddette figure di inversione. Una di esse é il cosiddetto doppio massimo, quando un prezzo/indice raggiunge due valori massimi simili e intervallati tra di loro (nella figura ho provato a disegnarlo con due rette parallele viola). Il trend é ancora in corso sarebbe interessante capire se effettivamente questa figura sará il preludio all'inversione del trend.
Ci sono molte altre figure e indicatori (medie mobili, stocastici, candele) sviluppati nell'analisi tecnica, questo esempio era solo una specie di introduzione, nella speranza dii farvi avere un'idea della basi di questa tecnica.

Confesso che a me sinceramente all'inizio l'analisi tecnica ricordava un po' l'astrologia. Per quanto quest'ultima non abbia alcun fondamento scientifico, non possiamo negare che sia peró una disciplina con un insieme di regole e adepti/fan che le praticano e seguono. Parimenti l'analisi tecnica non ha delle vere e proprie basi scientifiche, essa si basa su studi statistici e analisi dei pattern che ha portato alla formulazione di varie tecniche predittive. Che ci crediate o no, molti analisti e investitori ne seguono e regole (in rete potete trovare una marea di corsi su di essa).

Chi ha ragione quindi tra fondamentalisti e chartisti (chi segue l'analisi tecnica)? Un po' tutti e due. Recentemente sto rivalutando l'analisi tecnica, nel senso che, osservando da circa una decina di anni l'andamento dei mercati, noto che esistono dei trend di lungo periodo (sia in alto che in basso) e quindi l'analisi tecnica puó essere un valido supporto per individuarli. Esistono anche momenti di follia o demenza collettiva (si pensi alla bolla delle azinede internet negli anni 2000 o a quella delle criptovalute piú recente), e anche in questi casi gli strumenti offertici dall'analisi tecnica possono essere molto di aiuto. Ma alla lunga tutto si riequilibria, proprio, paradossalmente perché il vero valore di un'azione deve riflettere i fondamentali dell'azienda sottostante, nel bene (nel caso di sottovalutazione) come nel male (nel caso di sopravalutazione), cosí come predica l'analisi fondamentale.